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Categoria: Consulenza integrata

Consulenza multidisciplinare integrata, quindi interdisciplinare. L’integrazione rende possibili la visione complessiva e l’approccio olistico o sistemico.

  • Il valore della persona

    Il valore della persona

    Cos’è il valore di una persona? Quanto valgo? Quanto vale per me partecipare ad un’organizzazione? Si tratta di tempo e denaro? O di capitale sociale ed investimento emotivo?

    Sicuramente, la questione è complessa: ha molte sfaccettature ed interpretazioni, legate alla cultura.

    Detti e frasi fatte

    Ecco alcuni detti, proverbi, modi di dire, espressioni idiomatiche e frasi fatte sul tema del “valore di una persona”:

    Detti e proverbi:

    • “L’abito non fa il monaco”: non bisogna giudicare una persona dal suo aspetto esteriore, ma dalle sue qualità interiori.
    • “Chi vale, vale; chi non vale, non vale”: il valore di una persona si dimostra con i fatti, non con le parole.
    • “Un uomo vale quanto la sua parola”: la parola data ha un grande valore, e una persona che la mantiene dimostra integrità e affidabilità.
    • “Ognuno è artefice della propria fortuna”: il valore di una persona si costruisce con l’impegno, la determinazione e la volontà di realizzare i propri obiettivi.
    • “La vera nobiltà non sta nel sangue, ma nell’animo”: Ii valore di una persona non dipende dalla sua origine sociale, ma dalle sue qualità morali.

    Modi di dire:

    • “Avere un cuore d’oro”: essere generosi, altruisti e compassionevoli.
    • “Essere una persona di valore”: avere qualità morali e intellettuali elevate, essere degni di stima e ammirazione.
    • “Valere più dell’oro”: essere preziosi, indispensabili, insostituibili.
    • “Non avere prezzo”: avere un valore inestimabile, che non può essere quantificato in denaro.
    • “Sentirsi valorizzati”: ritenere che siano stati riconosciuti la propria importanza e il proprio valore; sentirsi trattarti con rispetto e considerazione.

    Espressioni idiomatiche:

    • “Mettere qualcuno alla prova”: verificare il valore, la capacità e l’affidabilità di una persona.
    • “Dimostrare il proprio valore”: far vedere di cosa si è capaci, mettere in luce le proprie qualità.
    • “Fare la differenza”: avere un impatto positivo sulla vita degli altri, contribuire al bene comune.
    • “Lasciare il segno”: essere ricordati per le proprie azioni e per il proprio contributo al mondo.
    • “Essere un esempio per gli altri”: ispirare e motivare gli altri con il proprio comportamento e i propri valori.

    Frasi fatte:

    • “Il valore di una persona si vede nei momenti difficili”: le avversità mettono alla prova il carattere e la forza d’animo di una persona.
    • “Il vero valore non si compra”: le qualità più importanti, come l’onestà, la lealtà e l’amore, non si possono acquistare con il denaro.
    • “Bisogna dare valore alle piccole cose”: la felicità e la realizzazione personale si trovano spesso nelle cose semplici e genuine.
    • “Non sprecare il tuo tempo con persone che non ti valorizzano”: è importante circondarsi di persone che ci apprezzano e ci sostengono. In Sicilia: “Lunciti cu lu meggiu i pirdicci li spisi” cioè cerca la compagnia di persone che ti possano ispirare e guidare verso la crescita personale, a non accontentarti della mediocrità e a investire nelle relazioni che ti arricchiscono.
    • “Il valore di una persona si misura dall’amore che dona”: La capacità di amare e di prendersi cura degli altri è una delle qualità più preziose.
    • “Par cognòssar le persone bisogna magnàr un saco de sal insieme”: per conoscere le persone bisogna mangiare un sacco di sale insieme. Il sale dà sapidità, era essenziale per la conservazione, si consuma lentamente, si mescola col cibo, un tempo evitare di spargerlo durante il viaggio era una preoccupazione. Questo detto sottolinea l’importanza del tempo e della condivisione di esperienze per valutare veramente una persona: necessità di conoscenza profonda, gradualità nell’ottenerla, compenetrazione condividendo esperienze, condivisione anche di imprevisti e di momenti difficili.

    Criteri di valutazione

    Le persone e le organizzazioni sono entità reali, quindi la loro esistenza si proietta su vari piani esistenziali. Ne consideriamo 4, in ordine dal più materiale al più etereo:

    • piano oggettivo o convenzionale, in cui chiunque, purché normodotato, può applicare un criterio di valutazione allo stesso modo;
    • piano percettivo: quello in cui confrontare le proprie esperienze sensoriali con l’aspettativa di comprendersi reciprocamente;
    • piano emotivo o psico-sociale, ove albergano emozioni suscitate dalle interazioni con l’ambiente e le persone che ci circondano;
    • piano etico e sentimentale, quello in cui l’incontro tra persone può diventare sodalizio o intimità.

    Per comprendere meglio, osserva che ciascun piano è associato ad una scala temporale che va dall’effimero all’imperituro: dalla lettura del tempo sul quadrante dell’orologio al profumo di eterno di una scelta che si vorrebbe fosse “per sempre”.

    Per ciascun piano possiamo considerare un diverso criterio di valutazione:

    • tempo (oggettivo) dedicato / ricevuto;
    • soldi o comunque possibilità di monetizzare;
    • attenzioni dedicate / ricevute, investimento emotivo;
    • coinvolgimento.

    Valutazione e scala di valori

    Ognuno di noi ha una scala di valori, di cose che ritiene, in varia misura o con diversa priorità, importanti per essere felici e sentirsi pienamente realizzati. Similmente vale per il quadro valoriale delle organizzazioni.

    Quando si valuta una persona, lo si fa in termini relativi, basandosi su tale scala.

    Diagramma di Kiviat o grafico radar del valore

    Diagramma di Kiviat o a radar del valore. La scala è da 1=basso a 5=alto.

    Il diagramma di Kiviat o grafico radar aiuta a visualizzare una valutazione multidimensionale, cioè una valutazione eseguita contemporaneamente rispetto a più criteri, in questo caso i quattro criteri che abbiamo discusso precedentemente.

    Se percorriamo il grafico partendo dal centro e muovendoci lungo uno degli assi, deduciamo la valutazione rispetto ad uno specifico criterio tra i 4 utilizzati.

    Il grafico di Alice e quello di Bernardo sono sovrapposti, in modo da poterli confrontare. A colpo d’occhio si fa fatica a capire se la superficie delimitata dal grafico di Alice sia più o meno ampia di quella di Bernardo. Questo ci fa pensare che il loro valore sia simile. Lo scarso investimento emotivo di Alice rispetto a Bernardo ed il livello di tempo inferiore sono compensati dalla netta superiorità del livello di coinvolgimento.

    Ambivalenza: persona o partecipazione?

    Le valutazioni che stiamo facendo si possono riferire da una persona singola ad un’altra. Tuttavia, non è difficile estenderle ai casi in cui una o entrambe le persone non sono singole ma… collettive. In altri termini, si può valutare il valore della partecipazione di una persona ad un’organizzazione o, in generale, di una relazione tra persona ed organizzazione. Oppure, si può anche pensare di valutare la relazione tra due organizzazioni.

    Reciprocità

    La reciprocità è un concetto fondamentale nelle relazioni umane e sociali. Se c’è, allora si può osservare uno scambio bilanciato e reciproco tra due o più individui, gruppi o entità.

    Che si. tratti di “persone collettive”, o meglio organizzazioni, o persone singole, entrambe o solo una, si può capire se c’è reciprocità tra due persone P1 e P2 se si hanno a disposizione i grafici radar di valutazione di P2 da parte di P1 e quello di valutazione di P1 da parte di P2.

    1. Similitudine nella forma: se i due poligoni hanno forme simili, con picchi e valli che si corrispondono, indica che P1 e P2 si attribuiscono un valore simile nelle diverse dimensioni considerate. Questo suggerisce un certo grado di reciprocità, in quanto entrambi danno importanza agli stessi aspetti del valore.
    2. Sovrapposizione delle aree: maggiore è la sovrapposizione tra le aree dei due poligoni, maggiore è la reciprocità tra P1 e P2. Una sovrapposizione quasi completa indica una forte reciprocità, mentre una sovrapposizione minima o nulla suggerisce una mancanza di reciprocità.
    3. Distanza dal centro: se entrambi i poligoni sono “espansi” e lontani dal centro del grafico, indica che P1 e P2 si attribuiscono un valore elevato in generale, a prescindere dalle singole dimensioni. Questo può essere un segnale positivo di reciprocità, in quanto entrambi riconoscono un valore significativo nell’altro.
    4. Analisi delle singole dimensioni: oltre alla forma generale, è importante analizzare le singole dimensioni per identificare eventuali squilibri. Ad esempio, se P1 attribuisce un alto valore all’investimento emotivo di P2, ma P2 attribuisce un basso valore all’investimento emotivo di P1, potrebbe esserci una discrepanza in questa dimensione specifica, che potrebbe influenzare la reciprocità complessiva.
    5. Contesto e interpretazione: i grafici radar forniscono una rappresentazione visiva del valore attribuito, ma è fondamentale contestualizzare i risultati e interpretarli alla luce della relazione tra P1 e P2, considerando la loro storia, le loro aspettative e le loro dinamiche.

    Immagine di copertina: coinvolgimento, attenzione, tempo e denaro, di Nicola Granà con l’I.A. Midjourney.

  • Meta-rischi e meta-opportunità: parliamo di analisi dei rischi e delle opportunità

    Meta-rischi e meta-opportunità: parliamo di analisi dei rischi e delle opportunità

    Premetto che i rischi stanno alle opportunità come la sinistra sta alla destra o il nero sta al bianco o il vuoto sta al pieno o Yin sta allo Yang.

    In comune, rischi ed opportunità hanno il fatto di essere eventi almeno parzialmente fuori controllo. La differenza tra i due è che i rischi depotenziano la funzione, la funzionalità, il funzionamento del sistema ed i legami col suo ambiente mentre le opportunità hanno l’effetto opposto.

    Chi (o cosa) si occupa del controllo del sistema, necessita di analisi dei rischi e delle opportunità. Vale tanto per una persona che fa una passeggiata in montagna quanto per un dirigente d’azienda nell’espletamento delle sue funzioni.

    La consulenza integrata e l’analisi di rischi ed opportunità

    Prevedere un evento parzialmente fuori controllo, in ambito aziendale o nella cura della persona, solitamente trae enorme vantaggio dal ricorso a persone che ne sanno di più e che hanno maggiore esperienza.

    La conoscenza approfondita di legami causali e la disponibilità di casistica consentono di ragionare sulle dinamiche interne ed esterne dell’evento.

    Spesso si usano diagrammi di Ishikawa o “a lisca di pesce” per rappresentare i legami di causa-effetto, dove la testa del pesce è l’evento su cui si sta focalizzando.

    La casistica aiuta invece a stimare quanto verosimilmente si prevede che un certo evento si verificherà e quanto il suo verificarsi impatti sul sistema. Questo solitamente si rappresenta in forma tabellare.

    Il punto è che ciascun nodo o arco del diagramma a lisca di pesce e ciascun numerino inserito nella matrice sono frutto di valutazione a 360°. Lo stesso elemento del sistema può essere una fonte di rischio da un certo punto di vista, un mitigatore di rischio da un altro punto di vista. Pensa per esempio a delle telecamere di sorveglianza, che si installano per ridurre rischi fisici e che originano rischi legali.

    In conclusione, l’analisi dei rischi e delle opportunità necessita, in linea di principio, di consulenza interdisciplinare.

    Da rischi ed opportunità a meta-rischi e meta-opportunità

    Per semplicità parleremo solo di rischi e meta-rischi: la trattazione di opportunità e meta-opportunità è simmetrica. Riprenderemo successivamente il concetto di meta-opportunità.

    Un meta-rischio è un rischio sul rischio, cioè sulla valutazione del pericolo. Si possono sbagliare legami causa-effetto e misure di verosimiglianza ed impatto.

    L’integrazione tra consulenti riduce il meta-rischio. È piuttosto ovvio, in linea di principio: la coerenza logica tra considerazioni emerse osservando da più punti di vista è una garanzia di bontà del modello predittivo. All’atto pratico, invece, non c’è nulla di banale! L’integrazione richiede un investimento importante a monte, che consenta ai consulenti di capirsi al volo concentrandosi sul sistema osservato anziché sui problemi di comunicazione. Necessariamente si deve arrivare ad un ponte ontologico tra diagrammi a lisca di pesce e matrici costruite dai singoli, per creare rappresentazioni di sintesi, senza che diventino complicate da utilizzare.

    Anche solo con 2 consulenti, quando si mettono a sistema le rappresentazioni, per effetto combinatorio si ottengono troppi nuovi elementi per poterli organizzare in rappresentazioni utili a prendere decisioni.

    Nella vera consulenza integrata, gli strumenti di analisi vengono predisposti dal team di consulenza, fanno parte della loro “cassetta degli attrezzi”.

    Qualche considerazione sulle meta-opportunità

    Ammetto di aver tarpato il concetto di meta-rischio. Ti chiedo scusa dell’inganno, fatto a fin di bene, e mi spiego. Il mio intento era di semplificare un po’ l’esposizione.

    Ora tieni presente innanzitutto che il prefisso: “meta-” indica l’oltre, il livello di astrazione o il piano di esistenza superiore. Dunque un meta-rischio non è necessariamente solo il rischio del rischio ma può essere anche l’opportunità del rischio. Così come una meta-opportunità può essere un’opportunità su opportunità oppure un’opportunità su rischio. Ehm… ti sto confondendo?

    Rischio su Rischio

    Come abbiano visto, si tratta del rischio di sbagliare la comprensione e valutazione di un pericolo, giungendo ad errori di sovrastima o sottostima.

    Opportunità su Rischio

    Che opportunità si possono presentare nella valutazione e comprensione di un pericolo? Per esempio quella di ottenere elementi utili per valutare e comprendere altri pericoli. Oppure quella di alimentare una base di conoscenza codificata e condivisibile aziendàlmènte – dunque un asset intangibile che può essere anche economicamente valutato.

    Rischio su Opportunità

    Il rischio più ovvio nel comprendere e valutare una buona occasione è quello di sottostimarla o sovrastimarla o di non cogliere correttamente quali siano i fattori che rendono accessibile l’occasione. È analogo al rischio su rischio.

    Opportunità su Opportunità

    L’opportunità su opportunità è analoga all’opportunità su rischio. Valgono le stesse considerazioni fatte sopra.

    Bias cognitivi ed euristiche cognitive

    Per concludere, facciamo riferimento a due concetti corrispondenti o forse addirittura coincidenti con quelli di meta-rischio e meta-opportunità: bias cognitivo ed euristica cognitiva, nell’ordine.

    Il primo è una distorsione nella rappresentazione della realtà, dovuta a pregiudizi, errori di analisi, errori di percezione etc. Esso causa errori decisionali.

    Il secondo, simmetricamente, è vitamina per processi decisionali: è l’uso di scorciatoie per arrivare rapidamente a conclusioni veritiere e prendere decisioni più pronte e mirate.

    Non è affascinante il poter trattare persone, famiglie, aziende, comunità etc. tutte alla stessa stregua? Se ripercorri questo articolo, ti accorgi che è ciò che abbiamo fatto. Bias cognitivi ed euristiche cognitive sono concetti applicabili a tutte queste entità!

  • Consulenza integrata e multidisciplinare: creare ponti tra domini di conoscenza con l’ontologia

    Consulenza integrata e multidisciplinare: creare ponti tra domini di conoscenza con l’ontologia

    Ontologia è….

    Cominciamo subito col superdifficile, così poi andiamo in discesa.

    Ontologia è, in filosofia, lo studio dell’essere in quanto tale e delle sue categorie principali.

    In informatica, invece, è rappresentazione formale, condivisa ed esplicita di una concettualizzazione di un dominio di interesse.

    In logica matematica è una teoria assiomatica del primo ordine esprimibile in una logica descrittiva.

    Ontologia non è…

    Mi scusino i non veneti ma proprio non posso esimermi dall’alleggerire la lettura facendo riferimento al prefisso: “onto-“, che significa: “estremamente sozzo e laido; untuosamente sporco”.

    Assicuro che l’ontologia non è discorrere di roba onta.

    A chi può interessare?

    L’interrogativo, viste le premesse, è giustificato ma la risposta è brutalmente breve: consapevolmente o inconsapevolmente, l’ontologia è qualcosa con cui tutti noi umani abbiamo a che fare, anche piuttosto frequentemente.

    In pratica, di che si tratta?

    Ogni qualvolta cerchiamo di organizzare le idee o facciamo lo sforzo per intenderci con qualcun altro, lavoriamo con i concetti. Quando lavoriamo su questopiano, possiamo dire che stiamo lavorando sul piano ontologico.

    Che legame c’è tra ontologia e consulenza?

    I consulenti, in quanto dispensatori di consigli (saperi, buone pratiche, metodologie…) sono operatori della conoscenza. L’ontologia è il loro elemento.

    Un consulente non è un formatore o non è solo quello, sia chiaro! Per esser degnamente chiamato “Consulente”, oggi si chiede al professionista di svolgere un compito di accompagnamento in fase attuativa di progetti di cambiamento personale o organizzativo.

    Per questa ragione, spesso i consulenti finiscono per assumere anche ruoli di capo-progetto.

    Ma anche quando il consulente, com’è auspicabile, passa all’atto pratico, resta profondamente e costantemente connesso alla concettualizzazione di riferimento, che ha introdotto e che è sua responsabilità fermamente indicare come faro per orientare il fare.

    Quando si entra dentro un sistema vivo, come la sfera personale o l’organizzazione aziendale, esso è da considerarsi, non più complicato, bensi complesso. Lavorarci comporta rischi. Anche il consulente ingaggiato può compromettersi. L’ontologia è un antidoto contro il disorientamento: fornisce chiarezza di pensiero, consapevolezza, condivisione, assunzione partecipativa di responsabilità, collaborazione.

    …infine parliamo di ontologia ed integrazione

    Il progresso culturale, lo sappiamo bene, sta galoppando sia (da tanto) dal punto di vista tecnico-scientifico, sviluppando il sapere sulle cose e sul fare; sebbene dopo un po’ di latenza, ha iniziato a correre anche sulla pista “umanistica“, del sapere inerente le persone, le relazioni, le comunità e della società. Si pensi per esempio al tema dell’intelligenza emotiva.

    Si parla di iperspecializzazione. Ciò che qualche anno fa poteva esser gestito da un solo consulente, ora richiede la partecipazione di più persone perché ciascuna di loro è riuscita a tenersi al passo con i tempi su uno solo dei filoni evolutivi del sapere che qualche anno fa erano indistinti.

    Ma la persona o l’azienda è un sistema intero, unitario. Se si deve apportare un cambiamento, va gestito complessivamente, cioè comprendendo tutta la complessità del sistema.

    Il caso estremo è quello della sicurezza. Puoi blindare un edificio ma se poi la tua prassi non prevede un controllo doppio per evitare che il portone venga lasciato socchiuso…

    Dunque non basta un esperto di teanche costruttive ma occorre, nel nostro esempio, prestare attenzione alle prassi delle persone. Il ricorso a più consulenti è una necessità ordinaria.

    Ma costa. Addirittura, costa più della somma dei costi dei singoli consulenti se si aggiunge l’attività di allineamento tra loro affinché operino in modo coordinato.

    Come rendere economicamente sostenibile l’ingaggio di più consulenti?

    Rivolgersi a chi fa consulenza interdisciplinare, cioè multidisciplinare ed integrata!

    Le organizzazioni che erogano consulenza multidisciplinare integrata sono costituite da soggetti che collaborano stabilmente, per cui il loro operato diventa, progetto dopo progetto, efficace, efficiente e controllato.

    I consulenti integrati accrescono reciprocamente i propri saperi, previo uno sforzo ontologico per creare ponti tra schemi mentali talvolta anche profondamente diversi.

    Per riconoscere organizzazioni realmente impostate sulla consulenza integrata, si devono cercare segni di stabile collaborazione e referenze a progetti incentrati su tematiche di confine tra discipline tradizionali.

    Tanto per fare un esempio: nel confine tra consulente manageriale e consulente informatico troviamo progetti inerenti la governance: serve un buon sistema informatico per connettere tutti i nodi dell’organizzazione aziendale in modo che qualcuno abbia la visione d’assieme e possa manovrare il timone mentre chi è sul pezzo possa lavorare leggendo la propria vicenda all’interno della narrazione aziendale e possa fungere da sensore per chi ha il timone.

    Ti lascio con una domanda.

    Chi orienta la nave?

    Il timoniere o la vedetta?

  • Ciclo di 6 seminari tenuto da consulenti integrati sulla qualità della vita dell’imprenditore

    Ciclo di 6 seminari tenuto da consulenti integrati sulla qualità della vita dell’imprenditore

    Gli imprenditori e, in generale, chi gestisce rischi ed ha nel contempo responsabilità organizzative sono soggetti a sollecitazioni di ogni tipo, a tal punto da essere disorientanti anche nel lungo termine.

    La qualità della loro vita ne può risentire ma, essendo legata al rapporto tra loro e l’organizzazione che presiedono, è una questione complessa, che richiede un approccio multidisciplinare.

    Ecco perché un’iniziativa come quella dello Studio Zandonella & partners insieme con il team ORA – Orientamento Relazione Ascolto è apprezzabile. Per tutti i dettagli, vedi:

  • Boostrap: coerenza globale delle consulenze integrate

    Boostrap: coerenza globale delle consulenze integrate

    La teoria del bootstrap è una teoria matematica e fisica. Il termine “bootstrap” indica il “tirante di stivale” e si riferisce ad una frase idiomatica americana la cui traduzione è “reggersi ai tiranti dei propri stivali”.

    Nel campo della fisica delle particelle, il concetto di coerenza interna si riferisce a una situazione in cui un oggetto o una particella tiene insieme le sue varie componenti in modo stabile. Nella teoria delle particelle elementari, che sostiene che nessuna particella è fondamentale perché ciascuna influenza le forze tra le altre, si afferma che le particelle stesse sono generate dalle interazioni tra di loro e dai sistemi legati che si formano a causa di tali interazioni.

    In altre parole, si potrebbe interpretare come se la materia non avesse una realtà intrinseca, e che l’universo fosse piuttosto una serie di eventi dinamici che sono tutti collegati tra loro. Le diverse proprietà delle singole componenti di questa trama non sono essenziali di per sé, ma derivano dalle proprietà delle altre parti. Quello che determina la struttura complessiva della rete, o meglio delle reti di processi che insieme costituiscono la rete globale, è la coerenza complessiva delle loro reciproche interazioni.

    Perdonami se ti ho fatto venire il mal di testa ma è davvero un tema complicato. Ripartiamo con la tesi che voglio sostenere.

    La consulenza integrata si dovrebbe manifestare in un modello (schede, schemi, documenti, tabelle, banche dati…) dotato di coerenza interna, un po’ come avviene con la quadratura in partita doppia. Se non la conosci, si tratta di registrare lo stesso evento sia come variazione di stato patrimoniale sia come flusso di utilità entrante (es. costo) o uscente (es. ricavo), per poi constatare che la somma algebrica dei flussi è pari alla variazione di stato in un certo lasso di tempo. Se ci sono differenze, la contabilità è imprecisa.

    Continuando con l’analogia contabile, il modello prodotto dalla consulenza integrata può essere più o meno analitico, più o meno sintetico. Non può spiegare tutto, anzi, se fosse dettagliato oltre una certa misura sarebbe dispersivo ed antieconomico. Comunque, ad un certo prefissato livello di granularità dell’analisi, dev’essere internamente coerente, deve quadrare.

    A differenza dell’asettico mondo contabile, in cui le squadrature sono errori da correggere, ciascuna contraddizione trovata nel modello prodotto dai consulenti integrati merita attenzione. Ogni consulente guarda al sistema attraverso un “filtro concettuale” diverso, cioè un modo unico di interpretare la realtà. Ognuno di questi consulenti usa il proprio linguaggio o “sistema ontologico” per descrivere ciò che sta osservando. Per capirci meglio, puoi pensare a questi sistemi ontologici come a diverse mappe concettuali. Per rendere confrontabili le diverse osservazioni, viene creata una sorta di “mappa generale” che mette in relazione i diversi concetti utilizzati dai consulenti. Ogni concetto viene associato a una misura specifica. Questo insieme di mappe e misure consente di analizzare quanto le diverse prospettive siano coerenti tra loro e di individuare eventuali contraddizioni.

    Siccome si situano nel rapporto tra osservatori (consulenti) ed osservato (azienda, persona, famiglia, comunità…), esse possono essere causate da un lavoro incompleto da parte dei consulenti oppure, e questo è molto interessante, da una dinamica critica.

    Nel primo caso, se non ci sono impedimenti di budget, è ovviamente opportuno chiedere ai consulenti di completare il lavoro ed allinearsi. Probabilmente, il confronto su un tema che li ha visti giungere a conclusioni opposte sarà molto stimolante per loro, mentre per il cliente il risultato finale avrà un valore maggiore in quanto il modello sarà stato ben validato.

    Nel secondo caso, oserei dire che c’è la preziosa occasione di intervenire, apportando un cambiamento con un intervento che sarà probabilmente caratterizzato da un ottimo rapporto tra impegno e risultato.

    Questo approccio alla consulenza integrata consente di ottenere una visione completa e coerente del sistema analizzato, permettendo di individuare eventuali punti di forza e debolezza, nonché eventuali incongruenze nelle valutazioni dei vari consulenti.

    Per concludere, faccio notare che i modelli elaborati dai consulenti integrati devono… essere da qualche parte. Qualunque sia il supporto, esso contiene una base di conoscenza di qualità, ottenuta mettendo insieme prezioso know how dell’azienda con l’occhio di più di un esperto. Si tratta di un asset digitale intangibile, che merita un approfondimento in altro articolo legato al knowledge management.

  • La consulenza costa di meno se è integrata

    La consulenza costa di meno se è integrata

    Il motivo è relativamente semplice. Basti pensare al caso in cui siano all’opera contemporaneamente due consulenti ed ipotizzare i costi in caso di integrazione ed in caso di parallelismo.

    L’azienda è un sistema unitario e la sua capacità di creare valore è legata a quella di creare sinergie. Le interdipendenze tra sotto-processi, tra unità organizzative etc, se ben governate, creano complessità e, nel contempo, capacità di adattamento, resilienza, autopoiesi. Dunque è persino auspicabile aspettarsi che interventi localizzati in qualche punto dell’organismo aziendale manifestino conseguenze da tutt’altra parte.

    Come minimo, c’è da aspettarsi che i due consulenti operanti contemporaneamente finiscano per influire su sotto-strutture aziendali comuni ad entrambi, cioè che i loro ambiti di intervento si intersechino.

    Cosa succede se le loro attività non sono coordinate? Non si può sapere. L’effetto è imprevedibile per definizione. Potrebbe persino accadere che venga indotta una riduzione di efficienza o di efficacia, per esempio, in un ufficio che viene disorientato con indicazioni incoerenti.

    Sappiamo bene tutti quanto sia frustrante trovarsi a decidere le priorità al posto dei propri capi perché ci danno indicazioni scoordinate.

    Dunque è chiaro che l’allineamento tra due consulenti operanti contemporaneamente è necessario.

    Di qui l’ovvia conclusione: due consulenti integrati, cioè che sono organizzati a priori per erogare i loro servizi in modo coordinato, hanno già previsto un dispositivo di allineamento tra di loro. Se poi tra i due c’è familiarità, l’allineamento sarà un compito leggero, impercettibile o quasi per il cliente.

    Per i consulenti integrati, si pone un problema simile a quello famoso del consulente super esperto, che dovrebbe costare poco perché i suoi interventi sono rapidi e profondi e che dovrebbe costare tanto perché per potersi preparare così l’esperto ha dovuto sostenere un ingente investimento.

    Nel nostro caso, il dilemma diventa questo:

    • i consulenti integrati devono costare meno dei consulenti non integrati perché l’allineamento tra loro è molto semplice;
    • i consulenti integrati devono costare più dei consulenti non integrati perché per ottenere l’integrazione hanno investito parecchio l’uno sull’altro.

    Il dilemma si risolve disambiguando la parola “costo”. Il costo per l’azienda è più basso perché l’integrazione rende l’intervento più efficace ed efficiente; mentre l’ammontare dei costi addebitati dai consulenti è più alto della somma dei due costi di consulenti non coordinati perché dev’essere coperto l’investimento necessario per l’integrazione.

    Attenzione però! A parità di efficacia, l’intervento coordinato deve portare ad una fattura più leggera se viene erogato da consulenti integrati perché l’integrazione riduce in qualche misura le energie spese per l’allineamento. E, lo ricordiamo, no allineamento no efficienza.

    C’è un altro vantaggio nell’integrazione: essa induce la costituzione o l’accrescimento di un asset intangibile aziendale, costituito da conoscenze qualificate. Ma di questo parliamo in un altro articolo.